Strategie di pubblicazione: i segni di dialogo
- eleonorascali
- 9 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Chi scrive narrativa, prima o poi, si scontra con una domanda solo in apparenza marginale: come si impaginano i dialoghi?
Le possibilità sono tre: caporali, trattino lungo e virgolette uncinate.
Ognuno di questi segni ha una storia, una funzione editoriale precisa e, soprattutto, un peso quando si invia un manoscritto a una casa editrice.
Le caporali (« »)
Le caporali sono considerate la forma classica del dialogo nella narrativa italiana.
Nascono dalla tradizione tipografica francese e si diffondono in Italia tra Ottocento e Novecento, quando la stampa libraria si struttura in modo più uniforme.
Le caporali sono molto leggibili, eleganti e separano con chiarezza il parlato dal resto del testo. Per questo motivo sono ancora oggi associate a una narrativa più “letteraria” e ordinata, anche se non è una regola assoluta.
Il trattino lungo (—)
Il trattino lungo (da non confondere con quello corto o con il segno meno) arriva dalla tradizione anglosassone e spagnola e mette l’accento sulla dinamicità del dialogo.
Il testo appare più arioso, serrato, rapido, cinematografico.
È molto usata nei romanzi contemporanei, nei thriller, nella narrativa commerciale e in quella a forte ritmo.
Le virgolette uncinate o, semplicemente, uncinate (“ ”)
In Italia, le uncinate non nascono come segno tipografico per la narrativa, ma come virgolette di citazione.
Il loro uso nei romanzi è diventato più frequente con l’avvento del digitale e della scrittura al computer, soprattutto per una questione di comodità.
Alcune case editrici le hanno adottate come standard, spesso in combinazione con uno stile grafico molto pulito e minimale.
Ogni casa editrice ha i suoi standard editoriali
Nel tempo, ogni casa editrice costruisce una propria identità visiva e stilistica, che non riguarda solo le copertine o la collana, ma anche minuscoli dettagli - apparentemente invisibili al lettore - come: l'uso dei corsivi e delle maiuscole, la gestione degli spazi tipografici e della punteggiatura e l'impaginazione dei dialoghi.
Si tratta di scelte dettate dal gusto personale della casa editrice, che contribuiscono a rendere immediatamente riconoscibile un testo come “mondadoriano”, per esempio, o “feltrinelliano” o “einaudiano”, anche senza guardare il logo in copertina.
Cambiare sistema romperebbe quell’armonia grafica che il lettore, anche inconsciamente, percepisce come qualità e identità.
Adattare il manoscritto alla casa editrice è una scelta intelligente
Qui arriviamo al punto che interessa chi scrive e ambisce a pubblicare.
Un manoscritto non viene giudicato solo per la storia. Viene valutato anche per la sua cura formale.
È un po' lo stesso principio per cui non si manda un curriculum in Comic Sans a uno studio legale: il contenuto conta, ma anche la forma parla.
Se uno scrittore presenta un manoscritto con i dialoghi impaginati con le caporali a una CE che, di norma, usa il trattino o le uncinate (e nella lettera di accompagnamento ha motivato la scelta di aver inviato il proprio romanzo proprio a quella casa editrice, come consiglio in un altro articolo), darà l’idea di un autore che, in realtà, non ha studiato il catalogo e non conosce gli standard editoriali di quell'editore.
Un manoscritto impaginato secondo le convenzioni della casa editrice è molto gradito perché:
dimostra conoscenza delle pubblicazioni di quell'editore
comunica professionalità
agevola il lavoro dell'editore riducendo gli interventi tecnici
In conclusione
Se scrivi per te stesso o pubblichi in self, puoi scegliere il segno di dialogo che preferisci. L'importante è che sia uno dei tre convenzionali e che tu resti coerente in tutto il testo.
Se scrivi con l’obiettivo di pubblicare, la scelta diventa strategica.
Studiare il catalogo della casa editrice a cui aspiri, osservare come sono impaginati i dialoghi e adeguare il tuo manoscritto di conseguenza è sinonimo di consapevolezza professionale.
E, in un mercato saturo di testi acerbi, anche un piccolo dettaglio come questo può fare la differenza.
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Chi è Eleonora Scali?
Laureata in lingue, ha lavorato per anni come addetta stampa. Scrive narrativa da quasi un ventennio. Ha pubblicato con vari editori indipendenti, fra cui Edizioni TriplaE e Tabula Fati del gruppo Solfanelli. Si è servita di editor e di agenzie (fra queste l'agenzia Beretta Mazzotta e Laura Ceccacci Agency). Ha intrapreso anche la strada del self-publishing e dei concorsi letterari (Premio Italo Calvino, Torneo Io Scrittore, Concorso Città di Como, Premio Giovane Holden, Premio Andersen e molti altri).
Per anni ha collaborato con il progetto ministeriale "Libriamoci a scuola" promuovendo la lettura negli istituti di ogni ordine e grado.
L'università di Barcellona, Facoltà di Informazione e Mezzi Audiovisivi, ha giudicato il suo manuale Tutto quello che devi sapere per pubblicare un libro una guida eccellente.













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