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Afghanistan 1978

Aggiornamento: 18 apr

Prima che i talebani distruggessero i budda di Bamiyan, prima che questo splendido paese diventasse teatro di una guerra infinita. Io l'ho visitato all'età di tredici anni, quando molti dei miei coetanei giocavano a flipper in qualche stabilimento balneare della costa romagnola.

Viaggiavo con i miei genitori e mia sorella a bordo di un camper Ford Transit (quello in foto). Io e Laura l’avevamo battezzato verdolino per la sua carrozzeria verde pistacchio. Non c’era carovana di nomadi che non si girasse a guardarci quando passavamo; non solo per la tinta, che spiccava sullo sfondo grigio polvere del deserto, ma soprattutto per l’allestimento: mezza dozzina di taniche di carburante sul tettuccio, griglie di protezione su parabrezza e fari, nastro adesivo a sigillare tutti i finestrini. Erano le precauzioni minime per evitare vetri rotti, polvere in cabina e restare a secco in mezzo al nulla.


Di quell’esperienza, oltre alla maestosità dei Buddha di Bamiyan, ricordo il blu inverosimile dei laghi sacri di Band-e-Amir, e il sequestro di due giorni alla frontiera con l’Iran, dove guardie armate ci smontarono il camper pezzo per pezzo alla ricerca d’inesistenti panetti di hashish.


Non è stato l'Afghanistan il mio primo viaggio-avventura. Di anni ne avevo appena sei quando - sempre in camper - ho esplorato con i miei genitori tutta la Tunisia, inclusa la traversata del famoso lago salato, un luogo insidioso, pieno di sabbie mobili.

La passione per i viaggi mi si è radicata dentro al punto di portarmi a partire anche da sola come racconto nel romanzo "Prove tecniche di solitudine" (ed. Tabula Fati).


E voi a che età avete iniziato a viaggiare? Qual è il posto che non dimenticherete mai?

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Ciao, sono Eleonora Scali e sei sul mio blog

Un estratto dal romanzo "Prove tecniche di solitudine"

Eravamo in Tunisia, a bordo del nostro camper. Lo scenario era identico a quello che ho adesso davanti agli occhi: un deserto piatto e pieno d’insidie. Prima di partire, la nostra guida impartì a mio padre due precise istruzioni per non finire nelle sabbie mobili: guidare a velocità elevata e costante e svoltare a destra o sinistra nel momento in cui glielo diceva lui. Conservo netto il ricordo che pensai che quella traversata era una follia. Ma mio padre è un tipo alla Indiana Jones, l’avventura e il rischio lo eccitano.

La scena impressa nella mia memoria è questa: mio padre alla guida, il tunisino seduto al suo fianco insieme a mia madre, io e mia sorella in ginocchio sul divano della dinette, con le unghie piantate nello schienale e gli occhi sbarrati. Davanti a noi uno specchio argentato lungo chilometri. Papà schiaccia l’acceleratore e lancia in camper a settanta chilometri orari. La guida comincia a strillare a intervalli: «Droite!… Gauce!… Droite!… Gauce!…» Mio padre sterza, ora a destra ora a sinistra, come se stesse scansando dei birilli invisibili. Superiamo carcasse di automobili e camion semi sprofondati nelle sabbie mobili. Io immagino che dentro ci siano delle persone morte.


Il viaggio in solitaria di una donna disposta a sfidare le proprie paure. Ne uscirà rafforzata e con nuove consapevolezze.





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